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Le briciole

le-bricioleNon era così carino. Anzi, i tratti del volto mi hanno distratto per un bel po’ dai contenuti dei suoi discorsi. Se dovessi dire cosa avesse tanto da raccontare quella sera a Lucia, non metterei insieme due frasi. Tant’è che quando mi ha inviato quel messaggio su facebook, pregandomi di potermi chiedere l’amicizia, ci ho messo prima un po’ a capire chi fosse, e poi ho pure pensato che  questo eccesso di zelo fosse stucchevole. Al primo like devo dire che ho fatto caso alla foto scelta, e ci ho visto un’attenzione. Ho iniziato a pensare che non lasciasse nulla al caso. Come un fiume che finisce in una cascata eccomi a scambiare pareri, opinioni, commenti su abiti e taglio di capelli, della simpatia di Lucia e della fortuna che quella sera fossi uscita con lei. Bang! Tre ore dopo eravamo in una camera d’albergo. Di pomeriggio. Per la prima volta in un albergo a scopare.

Non sono come le altre

pallonciniLa prima cosa che rispondevo era che si trattava di idioti, ragazzini tutto piscio e vento, sfigatelli segaioli. Però mi facevano incazzare eccome. Anche quando ne parlavo con le altre, ostentavo superiorità e loro mi davano ragione. Eppure ci stavo male, sotto sotto avrei voluto prendere quelle teste di cazzo e spaccarle una a una contro il muro. Soprattutto al mare, quando non c’erano maglie e tute che potessero in qualche modo imboscare tutta la carne e l’anima che mi portavo appresso.

Parole al vento

RABBIAQuando mamma veniva a svegliarmi la mattina io stavo almeno dieci minuti a lamentarmi. Era quasi un rituale, e lei insisteva che si faceva tardi, che mi lasciava a casa, che un minuto e poi basta. Mamma era così, poca pazienza e poche parole. A pensarci oggi, quasi trent’anni dopo, la capisco pure. Tutto da sola, tutto di corsa e un capriccio continuo da parte mia. Che poi era un capriccio silenzioso. Più che altro non facevo nulla, non parlavo, non ridevo, non la coccolavo. Lei nemmeno.

Il vento dappertutto

1cab1f25c377La frase che in quel momento mi stava martellando il cervello era una sola. “Fallo, voglio proprio vedere”. Come una provocazione, come uno sfottò. Io ero serissima. Ma mi precedeva la mia storia di annunci grandiosi e mai realizzati, cose tipo “me ne vado a vivere a New York”, “mollo tutto, non ce la faccio più”. Oppure la mia tristezza non traspariva del tutto. Che poi io la chiamavo tristezza, ma in realtà credo fosse più che altro frustrazione. Perché a trent’anni suonati non puoi stare così, senza una soddisfazione, senza un sorriso. Mi sono accorta che le persone intorno hanno smesso mano a mano di ascoltarmi, di coccolarmi, di accarezzarmi.

L’unico desiderio

img_2028878987099356Come se ci fosse un pesce luminescente in una palla di vetro. Non comprerò mai più questo tipo di orologi, anzi dovrebbero renderli illegali. Col tallone percorro tutta la linea della cucitura del materasso, e a un certo punto incontro il cursore della zip che chiude questo schifo di poliuretano espanso e ovatta di poliestere. Mentre mi rigiro trovo un fosso dovuto al collasso di qualche molla. Ne ho contati quattro. Anche le lenzuola si ribellano, e quindi provo, pancia all’aria a risistemare il tutto, con risultati pessimi. La frenata delle tre all’incrocio sotto casa mi fa optare per una sigaretta, e dunque quasi a occhi chiusi recupero il pacchetto sul comodino e mi metto seduto. Il rumore della carta che brucia mi ha sempre affascinato, e richiede una certa concentrazione.

Da cancellare

percorsidifficilivn6Quella volta eravamo io, Rossella e Michele. Forse la quarta volta in cui Rossella mi prometteva che non sarebbe successo nulla, che anche Michele aveva piacere a stare con me, ma che non era tanto sicuro, e voleva passare un po’ di tempo tutti insieme. Come al solito sono andata a casa di Rossella, ho salutato la mamma e sorridendo sono uscita insieme a lei. Dopo un giro al parchetto, siamo di nuovo andati là, al 12, il palazzo dei vecchi, e ancora ci siamo seduti lì a chiacchierare. Poi, appena mi sono voltata per prendere la sigaretta che avevo rubato a papà, eccoli che ricominciano a baciarsi. Ed ecco che di nuovo mi sono salite le lacrime.

Non me ne frega niente

alla-fine-ogni-cosaNon mi è ben chiara questa cosa. Ormai mi sono abituato e va bene, e soprattutto non me ne frega niente di me, come di nessun altro. Lo so, non sono stato una brava persona, e probabilmente non lo sono ancora. Sono dell’idea che se uno ha pochi chiodi fissi, non ha fantasia ma sicuramente si diverte di più. Per esempio io non leggo. Lo dico pure con una punta di orgoglio. Non leggo e non me ne frega niente, perché leggere mi ha sempre fatto pensare che non avessi nulla di meglio da fare. E altro non volevo che fare qualcosa. Quarant’anni fa Roma era una meraviglia, bianca da schiantarsi al sole. Roma era mia, e non c’era niente da fare, dove andavo mettevo tende.

Gli uomini sono tutti uguali

trapMi chiamo Francesca, ho trentadue anni e faccio la barista. Oggi si usa bartender, che è più figo e non è a uso esclusivo degli uomini, tipo i barman. Che poi in realtà le bartender fanno i cocktail, quando io più di un campari col gin o uno spritz non vado. Quindi va bene barista. Che poi è un bel bar, grande, coi gratta e vinci e le sigarette, le slot. C’è sempre un casino di gente. A ventitre anni non credevo che avrei fatto la barista. Mi stavo laureando in sociologia. In realtà volevo iscrivermi a psicologia, ma non ho passato la selezione del numero chiuso, e per non perdere l’anno ho pensato di iscrivermi a sociologia, fare gli esami in comune e poi fare il passaggio l’anno dopo.

La stanza

sbiaditoIl legno della porta è di quelli scuri, credo di quei materiali misti tra truciolato e altri, certamente non legno pieno. Si capisce quando la sbatte il vento che si infervora per qualche motivo nelle giornate di primavera. Dalla finestra passa e la attraversa tutta. Il rumore è netto, come lo scoppio di un palloncino, che ti genera un sussulto pure se sei tu a punzecchiarlo con la sigaretta. La scrivania ha più o meno lo stesso colore, e la stessa indefinita sostanza a ricoprirla. Indefinita per me, s’intende. Gli esperti lo sanno come si chiama. È di poco alla destra della porta. Sembra fatta a posta per stare lì.