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Non sono come le altre

pallonciniLa prima cosa che rispondevo era che si trattava di idioti, ragazzini tutto piscio e vento, sfigatelli segaioli. Però mi facevano incazzare eccome. Anche quando ne parlavo con le altre, ostentavo superiorità e loro mi davano ragione. Eppure ci stavo male, sotto sotto avrei voluto prendere quelle teste di cazzo e spaccarle una a una contro il muro. Soprattutto al mare, quando non c’erano maglie e tute che potessero in qualche modo imboscare tutta la carne e l’anima che mi portavo appresso.

Ne vale la pena

sesso_e_handicapLa cosa che mi colpì di più da piccolo era la convinzione che aveva mia zia. Una volta la sentii parlare con mamma. Secondo lei avrei dato molti meno problemi da morto. Ecco, l’ho detto. Si, perché lei era della vecchia scuola, quella che i maschi se la devono cavare da soli, che devono portare i soldi a casa. E io porto giusto i soldi della pensione, e quelle trecento euro che mi danno alla Regione per un lavoro che non serve, tranne che a candeggiare l’anima di qualche politico.

Il vento dappertutto

1cab1f25c377La frase che in quel momento mi stava martellando il cervello era una sola. “Fallo, voglio proprio vedere”. Come una provocazione, come uno sfottò. Io ero serissima. Ma mi precedeva la mia storia di annunci grandiosi e mai realizzati, cose tipo “me ne vado a vivere a New York”, “mollo tutto, non ce la faccio più”. Oppure la mia tristezza non traspariva del tutto. Che poi io la chiamavo tristezza, ma in realtà credo fosse più che altro frustrazione. Perché a trent’anni suonati non puoi stare così, senza una soddisfazione, senza un sorriso. Mi sono accorta che le persone intorno hanno smesso mano a mano di ascoltarmi, di coccolarmi, di accarezzarmi.

Io mi ricordo

othlawNon è una cosa di oggi. Alla fine sin da quando ero piccolo mio padre mi portava al baretto. Di fatto restavo a guardare quei tavoli di legno scuro e ascoltavo monasticamente le loro imprecazioni. Sembrava che ogni carta che avevano in mano conservasse in sé una bestemmia. Ho sentito nomi di santi dimenticati e appellativi alla vergine santa che in ogni modo la etichettavano tranne che nella santità. Mamma non era contenta, eppure mi ci mandava lo stesso. Lo sapeva che era lì che imparavo le parolacce, eppure continuava a dare la colpa ad Aldo, mio cugino più grande. Diceva che aveva una brutta influenza su di me. I racconti del bar differivano molto da quelli che mi faceva Aldo. Mio cugino era più bravo a raccontare, mi teneva in tensione e mi provocava una vera e propria erezione. Tutte quelle cose che faceva con Anna, e con Francesca. Mi sembrava di vedere un film. Al bar erano poco più che fotografie, giusto qualche battuta che finiva sempre allo stesso modo e sempre con la risata generale di tutti.

L’unico desiderio

img_2028878987099356Come se ci fosse un pesce luminescente in una palla di vetro. Non comprerò mai più questo tipo di orologi, anzi dovrebbero renderli illegali. Col tallone percorro tutta la linea della cucitura del materasso, e a un certo punto incontro il cursore della zip che chiude questo schifo di poliuretano espanso e ovatta di poliestere. Mentre mi rigiro trovo un fosso dovuto al collasso di qualche molla. Ne ho contati quattro. Anche le lenzuola si ribellano, e quindi provo, pancia all’aria a risistemare il tutto, con risultati pessimi. La frenata delle tre all’incrocio sotto casa mi fa optare per una sigaretta, e dunque quasi a occhi chiusi recupero il pacchetto sul comodino e mi metto seduto. Il rumore della carta che brucia mi ha sempre affascinato, e richiede una certa concentrazione.

Da cancellare

percorsidifficilivn6Quella volta eravamo io, Rossella e Michele. Forse la quarta volta in cui Rossella mi prometteva che non sarebbe successo nulla, che anche Michele aveva piacere a stare con me, ma che non era tanto sicuro, e voleva passare un po’ di tempo tutti insieme. Come al solito sono andata a casa di Rossella, ho salutato la mamma e sorridendo sono uscita insieme a lei. Dopo un giro al parchetto, siamo di nuovo andati là, al 12, il palazzo dei vecchi, e ancora ci siamo seduti lì a chiacchierare. Poi, appena mi sono voltata per prendere la sigaretta che avevo rubato a papà, eccoli che ricominciano a baciarsi. Ed ecco che di nuovo mi sono salite le lacrime.

Non me ne frega niente

alla-fine-ogni-cosaNon mi è ben chiara questa cosa. Ormai mi sono abituato e va bene, e soprattutto non me ne frega niente di me, come di nessun altro. Lo so, non sono stato una brava persona, e probabilmente non lo sono ancora. Sono dell’idea che se uno ha pochi chiodi fissi, non ha fantasia ma sicuramente si diverte di più. Per esempio io non leggo. Lo dico pure con una punta di orgoglio. Non leggo e non me ne frega niente, perché leggere mi ha sempre fatto pensare che non avessi nulla di meglio da fare. E altro non volevo che fare qualcosa. Quarant’anni fa Roma era una meraviglia, bianca da schiantarsi al sole. Roma era mia, e non c’era niente da fare, dove andavo mettevo tende.

La stanza

sbiaditoIl legno della porta è di quelli scuri, credo di quei materiali misti tra truciolato e altri, certamente non legno pieno. Si capisce quando la sbatte il vento che si infervora per qualche motivo nelle giornate di primavera. Dalla finestra passa e la attraversa tutta. Il rumore è netto, come lo scoppio di un palloncino, che ti genera un sussulto pure se sei tu a punzecchiarlo con la sigaretta. La scrivania ha più o meno lo stesso colore, e la stessa indefinita sostanza a ricoprirla. Indefinita per me, s’intende. Gli esperti lo sanno come si chiama. È di poco alla destra della porta. Sembra fatta a posta per stare lì.

Sto andando bene

Non era molto il tempo che dedicavo a ‘sta cosa. Più che altro mi sembrava un passatempo. Poi è successo qualcosa. Ho creduto di vincere. Se ci pensi bene, tutto è un’illusione, tutto il resto della vita intendo. Alla fine me lo aveva provato a spiegare mia madre. Mio padre no, lui a forza di botte me lo spiegava. Io lo chiamavo papà, ma non lo era. Era una giraffa in divisa, contornata di lacchè e buoni propositi, fatti di virtù e serietà. Gli ho creduto fino a quando non ho avuto alternative. Le botte quelle sì, me le meritavo. Ho fatto tutto quello che non dovevo, quasi letteralmente, fino a spaccargli la testa. Non è morto, ma quella non l’ha retta neanche mia madre, che ha pensato bene che l’unico modo per salvarmi era mandarmi via.

Non credo

selfcutNon credo di avere molto tempo. Non credo neanche di volerlo. Poi quando parli di fretta parli male e ti perdi per lo più gli accenti e i congiuntivi, i punti interrogativi. Cose così. Non credo di doverlo fare per forza, ma ti si muove tipo una cosa nella pancia per cui, sì, anche se non c’è niente, sì, fallo. E non come esclamazione rimodulata e accettabile dall’aristocrazia militare. Proprio fallo nel senso di fare, produrre, creare, promuovere, generare. Non succede spesso di generare tanto per farlo (fatte salve le quindicenni partorienti a seguito di rivolte contro austeri genitori salvo poi diventarlo a loro volta, austeri genitori), e quando lo fai è come una pippetta venuta male, dove il termine “venuta” mal cela un doppio senso.