Un sadico

sadikQuando ero piccolo i pomeriggi non passavano mai. L’unica cosa che ricordo con certezza era la voce aspra e roca di mio padre. Mi diceva sempre che aveva comprato la casa col giardino per non farmi correre rischi. Che poi, che rischi potevo mai correre in una periferia dove in trenta ragazzini giocavano a pallone per la strada. Ma niente, non c’era verso. Una volta che avevo scavalcato per raggiungere i miei amici non sono riuscito a tornare in tempo e ho preso tante di quelle botte che se ci penso ancora scappo. Era rimasto vedovo troppo presto per accogliere le mie richieste, e il suo unico obiettivo era vincere la guerra con la nonna. L’educazione era il suo punto di forza. Coi parenti, gli amici di papà, i vicini, ero un gioiello. Immobile ad ascoltare tutte le stronzate che mi dicevano. Non me lo aveva insegnato lui, a fare il bravo figliolo. Avevo capito che giocava a suo favore, che gli altri ne avrebbero parlato bene e lui sarebbe stato contento.

Da cancellare

percorsidifficilivn6Quella volta eravamo io, Rossella e Michele. Forse la quarta volta in cui Rossella mi prometteva che non sarebbe successo nulla, che anche Michele aveva piacere a stare con me, ma che non era tanto sicuro, e voleva passare un po’ di tempo tutti insieme. Come al solito sono andata a casa di Rossella, ho salutato la mamma e sorridendo sono uscita insieme a lei. Dopo un giro al parchetto, siamo di nuovo andati là, al 12, il palazzo dei vecchi, e ancora ci siamo seduti lì a chiacchierare. Poi, appena mi sono voltata per prendere la sigaretta che avevo rubato a papà, eccoli che ricominciano a baciarsi. Ed ecco che di nuovo mi sono salite le lacrime.

Non di solo porno

Vintage-Louisville-PhotographerIl finale prevedeva un salto in piscina, con lui che la prendeva in braccio e insieme si tuffavano ridendo con una musica a metà tra il lounge e l’elettrosoft. Il tutto dopo venticinque minuti di ricerca introspettiva e penetrazione. Un po’ lo avevo intuito dai primi quattro minuti e mezzo, che sono il tempo che il tipo ci ha messo a togliere il costume alla tipa. Cioè, roba che generalmente a quel punto già sta arrivando la seconda attrice a dare il suo contributo all’impegnativa opera di spargimento di fluidi corporei dei due nostri eroi protagonisti.

Dimmi con chi vai

sexLa cosa è andata più o meno così. Stavamo semplicemente scherzando, giocando come farebbero due bimbe, quando a un certo punto affonda quelle piccolissime manine nel rotolino di ciccia che ho sui fianchi. Niente di strano, tranne che la cosa mi ha insolitamente dato una scossa. In un’altra situazione sarei scattata in piedi per il fastidio. E invece niente, anzi. Altro che fastidio. Il fatto è che lei se n’è accorta e ha riso. E ha continuato, confondendomi e arrivando fino al seno. E questo mi è piaciuto ancora di più, tant’è che ho ricambiato l’attenzione e il sorriso. E a quel punto non ridevamo più. Ci stavamo eccitando. Quelle coccole hanno avuto un’esplosione erotica inaspettata. In un lampo eravamo già nude, a toccarci e a baciarci.

Non me ne frega niente

alla-fine-ogni-cosaNon mi è ben chiara questa cosa. Ormai mi sono abituato e va bene, e soprattutto non me ne frega niente di me, come di nessun altro. Lo so, non sono stato una brava persona, e probabilmente non lo sono ancora. Sono dell’idea che se uno ha pochi chiodi fissi, non ha fantasia ma sicuramente si diverte di più. Per esempio io non leggo. Lo dico pure con una punta di orgoglio. Non leggo e non me ne frega niente, perché leggere mi ha sempre fatto pensare che non avessi nulla di meglio da fare. E altro non volevo che fare qualcosa. Quarant’anni fa Roma era una meraviglia, bianca da schiantarsi al sole. Roma era mia, e non c’era niente da fare, dove andavo mettevo tende.

Gli uomini sono tutti uguali

trapMi chiamo Francesca, ho trentadue anni e faccio la barista. Oggi si usa bartender, che è più figo e non è a uso esclusivo degli uomini, tipo i barman. Che poi in realtà le bartender fanno i cocktail, quando io più di un campari col gin o uno spritz non vado. Quindi va bene barista. Che poi è un bel bar, grande, coi gratta e vinci e le sigarette, le slot. C’è sempre un casino di gente. A ventitre anni non credevo che avrei fatto la barista. Mi stavo laureando in sociologia. In realtà volevo iscrivermi a psicologia, ma non ho passato la selezione del numero chiuso, e per non perdere l’anno ho pensato di iscrivermi a sociologia, fare gli esami in comune e poi fare il passaggio l’anno dopo.

La stanza

sbiaditoIl legno della porta è di quelli scuri, credo di quei materiali misti tra truciolato e altri, certamente non legno pieno. Si capisce quando la sbatte il vento che si infervora per qualche motivo nelle giornate di primavera. Dalla finestra passa e la attraversa tutta. Il rumore è netto, come lo scoppio di un palloncino, che ti genera un sussulto pure se sei tu a punzecchiarlo con la sigaretta. La scrivania ha più o meno lo stesso colore, e la stessa indefinita sostanza a ricoprirla. Indefinita per me, s’intende. Gli esperti lo sanno come si chiama. È di poco alla destra della porta. Sembra fatta a posta per stare lì.

La chimica

pistola2Me lo ricordo come se fosse ieri. Una tenerezza infinita e la capacità di trovare parole e luoghi meravigliosi. Sembrava uscito da un romanzo, non tanto per la sua bellezza, ma per quello che lasciava trapelare. Hai presente quando dici che è una questione di chimica? Ecco, un contatto anche casuale del suo braccio col mio ed erano brividi e pelle d’oca. Che se ci penso ci ho provato in tutti i modi a nasconderla questa cosa, ma lui ogni volta rideva, se ne accorgeva mi prendeva in giro. Scherzava con leggerezza. Nel giro dei primi tre mesi avevamo già fatto quattro gite, le sorprese le chiamava lui. Alla terza volta avevo preso l’abitudine di portarmi un cambio in borsa ogni volta che ci incontravamo, e anche questo fu motivo di scherzo, e di sfida per lui.

Solo una domanda

Se ci penso alla fine è stato un attimo. Un dettaglio che ai più parrebbe irrilevante. Le ho chiesto “Chi è a quest’ora?”. Niente di più sciocco, solo una domanda. E mi ha risposto facendomi un nome che non corrispondeva a quello che avevo involontariamente letto. Sai, senti il trillo sul telefono e istintivamente guardi chi è. Poi, per gioco o per abitudine fai la domanda. Ma mi ha detto un altro nome. Sempre istintivamente ho accettato la risposta con un’espressione da attore navigato e ho continuato a guardare la tv. Da quel momento in poi sono entrato in un vortice di delirio. Perché mi detto un altro nome? Scherza? Mi mette alla prova? Non mi sono più placato, avevo una sola cosa in testa, come un’ossessione. Hai presente quando dici “non ero in me”? Ecco, lo sintetizza alla perfezione.

Sto andando bene

Non era molto il tempo che dedicavo a ‘sta cosa. Più che altro mi sembrava un passatempo. Poi è successo qualcosa. Ho creduto di vincere. Se ci pensi bene, tutto è un’illusione, tutto il resto della vita intendo. Alla fine me lo aveva provato a spiegare mia madre. Mio padre no, lui a forza di botte me lo spiegava. Io lo chiamavo papà, ma non lo era. Era una giraffa in divisa, contornata di lacchè e buoni propositi, fatti di virtù e serietà. Gli ho creduto fino a quando non ho avuto alternative. Le botte quelle sì, me le meritavo. Ho fatto tutto quello che non dovevo, quasi letteralmente, fino a spaccargli la testa. Non è morto, ma quella non l’ha retta neanche mia madre, che ha pensato bene che l’unico modo per salvarmi era mandarmi via.