Le briciole

le-bricioleNon era così carino. Anzi, i tratti del volto mi hanno distratto per un bel po’ dai contenuti dei suoi discorsi. Se dovessi dire cosa avesse tanto da raccontare quella sera a Lucia, non metterei insieme due frasi. Tant’è che quando mi ha inviato quel messaggio su facebook, pregandomi di potermi chiedere l’amicizia, ci ho messo prima un po’ a capire chi fosse, e poi ho pure pensato che  questo eccesso di zelo fosse stucchevole. Al primo like devo dire che ho fatto caso alla foto scelta, e ci ho visto un’attenzione. Ho iniziato a pensare che non lasciasse nulla al caso. Come un fiume che finisce in una cascata eccomi a scambiare pareri, opinioni, commenti su abiti e taglio di capelli, della simpatia di Lucia e della fortuna che quella sera fossi uscita con lei. Bang! Tre ore dopo eravamo in una camera d’albergo. Di pomeriggio. Per la prima volta in un albergo a scopare.

Non credo di aver mai provato qualcosa di simile, il fiume questa volta ero io! Ci ho messo un po’ anche per farmi la doccia, perché volevo godere di tutti gli odori possibili. Quello che dicevano fosse lo stravolgimento dei sensi, la famosa “chimica”, io ce l’avevo lì, a dieci centimetri da me. Passarono i mesi, e non mi importava di essere sempre io quella che scriveva per prima, coi tempi di risposta più brevi, con la sensazione di essere in attesa. Bastava un cenno, e avrei fatto mille chilometri per raggiungerlo e “regalarci i sospiri”, come aveva detto la prima volta al bar. Che idiota. Regalarci i sospiri. Mi viene da ridere solo a pensarci. Perché oggi lo so che era solo un togliere il fiato, un’apnea, da cui fuggire il prima possibile. All’epoca un segno, un sorriso, anche un fiore raccolto da terra, era la sua capacità di esaltare ogni cosa, e la mia di dissetarmi dall’arsura della vita. Per questo c’è una sola parola: idiozia.

Ci ho speso tre anni e più, di chiuse nel weekend e attese nella settimana, di fremiti per un “ciao, come va?” e di vuoto sociale. Non c’era verso di presentarlo agli altri, non mi portava con sé ai suoi incontri di lavoro, se non relegata in una camera d’albergo. Sempre sto cazzo di albergo. Un paio di volte a casa sua, ma solo quando avevo tenuto il broncio per un giorno o due.

Oggi sono sei mesi che non vedo Lucia. Il mio odio per lei è un gradino sotto quello che ho per lui. Eppure la ringrazio. La odio e la ringrazio. La odio perché lei lo sapeva, io le avevo raccontato tutto, i dettagli, gli entusiasmi e le delusioni, che mi sentivo come un’anatra a cui vai a dar da mangiare una volta ogni tanto le briciole che non mangeresti ma che ti fanno sentire bramata, e quella mano che pare sia l’unica in grado di nutrirti. La odio perché lei lo sapeva. Perché, quando non c’ero io, c’era lei a prendersi le sue briciole, negli stessi alberghi e con gli stessi odori. La ringrazio, perché la sua illusione di essere migliore di me l’ha fatta esporre, facendole indossare lo stesso bracciale che aveva regalato a me, un cordoncino di stoffa rossa, a simboleggiare il legame e la passione. Fottuto tirchio. Anche la seduzione low-cost ha un prezzo. Fanculo lui. Fanculo lei. Uscire da quello stato di attesa costante mi ha liberato l’anima. Così ho ripreso a cercare, incuriosirmi, vivere. Fanculo. Grazie.

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