Parole al vento

RABBIAQuando mamma veniva a svegliarmi la mattina io stavo almeno dieci minuti a lamentarmi. Era quasi un rituale, e lei insisteva che si faceva tardi, che mi lasciava a casa, che un minuto e poi basta. Mamma era così, poca pazienza e poche parole. A pensarci oggi, quasi trent’anni dopo, la capisco pure. Tutto da sola, tutto di corsa e un capriccio continuo da parte mia. Che poi era un capriccio silenzioso. Più che altro non facevo nulla, non parlavo, non ridevo, non la coccolavo. Lei nemmeno.

Sono passati più o meno così gli anni delle medie. La scuola vicino casa, una casa nuova che non amavo, e troppe cose nuove tutte insieme. Anche i compagni di scuola non mi amavano molto, e stavo per conto mio, a rispondere male e provare a superare indenne le interrogazioni. La odiavo in realtà quella scuola, e non pensavo che avrei mai potuto odiare qualcosa, o per lo meno non sapevo si trattasse di odio. Era solo rabbia, e tanta malinconia di quando non dovevo correre per i corridoi a testa bassa per evitare quelli che mi sembravano mostri evocati da me. Questo mi aveva insegnato mamma, che i mostri erano nella mia testa e basta, e che solo volendo avrei potuto evitarli, soffocarli e schiacciarli. Una volta sola ho provato a spiegarmi meglio, a non chiamarli mostri, ma il suo sguardo era spento, e rivolto altrove. Parole al vento, questo ero. Quando non riuscivo a correre, quando sentivo urlare il mio nome nei corridoi speravo sempre di aver capito male, e al secondo richiamo mi fermavo, inchiodando. E restando immobile. La terza volta sapevo che era quella decisiva. Testa bassa sempre. E pugni stretti.

Il fatto è che la voce la riconoscevo, e che sapevo esattamente quello che mi aspettava, quel gioco, come lo chiamava lui, che mi accapponava la pelle e mi dava un senso di putridume. Quel senso molliccio che trasmetteva anche solo sfiorandomi era il mostro che avevo provato a raccontare a mia madre. Ma come dirle del preside senza passare per pazzo? Davvero sembrava quello l’unico modo per non far preoccupare mia madre, l’unica via per alleggerirla dai suoi pensieri. Ne ero convinto. Per questo in buon ordine ho aspettato la fine delle scuole medie. Tre anni e la rabbia, la tristezza e la convinzione, quella ancora presente, che un giorno mi vendicherò.

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