Io mi ricordo

othlawNon è una cosa di oggi. Alla fine sin da quando ero piccolo mio padre mi portava al baretto. Di fatto restavo a guardare quei tavoli di legno scuro e ascoltavo monasticamente le loro imprecazioni. Sembrava che ogni carta che avevano in mano conservasse in sé una bestemmia. Ho sentito nomi di santi dimenticati e appellativi alla vergine santa che in ogni modo la etichettavano tranne che nella santità. Mamma non era contenta, eppure mi ci mandava lo stesso. Lo sapeva che era lì che imparavo le parolacce, eppure continuava a dare la colpa ad Aldo, mio cugino più grande. Diceva che aveva una brutta influenza su di me. I racconti del bar differivano molto da quelli che mi faceva Aldo. Mio cugino era più bravo a raccontare, mi teneva in tensione e mi provocava una vera e propria erezione. Tutte quelle cose che faceva con Anna, e con Francesca. Mi sembrava di vedere un film. Al bar erano poco più che fotografie, giusto qualche battuta che finiva sempre allo stesso modo e sempre con la risata generale di tutti.

Aldo era alto, un gigante, e quell’estate me ne raccontò di storie. Una volta si accorse pure della mia erezione, ma non rise. Disse che era normale, che voleva dire che ero sano, che funzionava tutto. Quella volta mi disse che se volevo potevo tirarmelo fuori e smanettarmi mentre parlava. Io sorrisi ma non ebbi il coraggio. Era una cosa che non si faceva. Lui prima ha provato a incoraggiarmi, e poi lo ha fatto lui. Se lo tirò fuori. Era molto più grande del mio, e si vedeva che era un esperto, non aveva paura di romperlo o di farsi male. Mi ha chiesto se lo volevo toccare. Io ho riso di nuovo, e lui mi ci ha messo la mano sopra.

Poi mi ha chiesto se ricordavo la storia di Anna, e che se volevo potevo fare come lei. Non mi ricordo bene il tentennamento, ma ho avvertito come un senso di fastidio, e allo stesso tempo l’incapacità di non farlo. E allora, dopo la mano la bocca e un senso misto di acre piscia e panni da lavare. È durato qualche minuto. Non posso dire che mi ha fatto schifo, ma non volevo che Aldo se ne accorgesse, perché altrimenti me lo avrebbe fatto rifare, e io non ero certo di volerlo.

Non l’ho mai detto a nessuno, neanche a mia madre che alla fine aveva ragione. La cattiva influenza.

La vita però è bizzarra. E al bar oggi ho preso un caffè, e una coca cola per Aldo. È la cosa che lo rinfresca di più. Ci veniamo un paio di volte alla settimana. Io spingo la carrozzella.

La chiamata di mamma il giorno dell’incidente me la ricordo bene. Portato in elicottero all’ospedale dopo aver fracassato la macchina. Pare che i vigili del fuoco per tirarlo fuori siano dovuti intervenire con la fiamma ossidrica.

Strana la vita. Vent’anni dopo quell’estate io lo vado a trovare e andiamo a passeggiare. Lui non può camminare, non può muovere le mani, non può parlare e mi guarda con un’espressione ebete. La coca cola gli piace. C’era sempre nelle storie zozze che mi raccontava. Io gliela compro. Perché anche se non parla, anche se non si muove, i dottori hanno detto che capisce tutto. E voglio che sappia che io mi ricordo. Tutto.

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