Un sadico

sadikQuando ero piccolo i pomeriggi non passavano mai. L’unica cosa che ricordo con certezza era la voce aspra e roca di mio padre. Mi diceva sempre che aveva comprato la casa col giardino per non farmi correre rischi. Che poi, che rischi potevo mai correre in una periferia dove in trenta ragazzini giocavano a pallone per la strada. Ma niente, non c’era verso. Una volta che avevo scavalcato per raggiungere i miei amici non sono riuscito a tornare in tempo e ho preso tante di quelle botte che se ci penso ancora scappo. Era rimasto vedovo troppo presto per accogliere le mie richieste, e il suo unico obiettivo era vincere la guerra con la nonna. L’educazione era il suo punto di forza. Coi parenti, gli amici di papà, i vicini, ero un gioiello. Immobile ad ascoltare tutte le stronzate che mi dicevano. Non me lo aveva insegnato lui, a fare il bravo figliolo. Avevo capito che giocava a suo favore, che gli altri ne avrebbero parlato bene e lui sarebbe stato contento.

Mio padre aveva un cappello tipo borsalino, segno di stile e benessere. Lo teneva come una reliquia, perché di soldi non ce ne erano tanti, ma era importante che questo non trapelasse. L’incidente ci aveva tolto la mamma e i nonni paterni, e coi soldi della casa più quelli dell’assicurazione ha comprato in periferia. La casa col giardino. Cambio di scuola, di abitudini e di rumori. Nessun rumore in periferia, forse ogni tanto qualche antifurto o poco altro. Quando passava l’ambulanza correvo alla porta finestra per sbirciare. Come fosse un evento.

C’era un solo modo per movimentare le giornate, ovvero invitare gli amici a casa. Li adescavo, se così possiamo dire, mostrando loro le trappole che costruivo e disseminavo in giardino. Ne restavano sempre affascinati, anche perché l’ingegno non mi mancava, e alcune erano davvero trappole mortali. Una per tutte, la trappola per le lucertole, che catturava la parte con la testa in un barattolo e lasciava libera la coda, separandola in due con una specie di ghigliottina.

La mia dedizione allo studio fu la chiave di volta per la scoperta della mia sessualità. Non ero bellissimo, lo riconosco, eppure avevo un fiuto. Sapevo riconoscere chi mi avrebbe obbedito con dedizione. E a loro, alle ragazze che mi davano l’impressione di accettare incondizionatamente le mie regole, offrivo il mio supporto per preparare compiti in classe e interrogazioni. Avevo un mio metodo, e andava accettato in toto. Se non studi, le prendi. Se non ti applichi, le prendi. Se mi provochi, le prendi.

Alcune non tornarono mai più a studiare a casa mia, ma per ognuna ero riuscito nel mio intento. E nessuna di loro si lamentò mai dei risultati. Né andò a dire in giro quello che facevo.

Prepararle per la scuola, e goderne dei frutti. Avevo costruito una paletta di legno, lunga una trentina di centimetri con un terminale squadrato composto da un intreccio di cavi elettrici a maglia fitta, come una specie di battipanni artigianale in miniatura. Era quella che ci accompagnava nello studio, e al primo errore la tiravo fuori, fremendo per lo sguardo impaurito e attonito delle mie amichette. Al secondo le colpivo sulle mani, senza esagerare ma in modo che potessero sentire la pericolosità del loro nuovo maestro. Al terzo la richiesta era semplice: “qui, sulle ginocchia, conta insieme a me fino a dieci”. Nessuna si è rifiutata. Molte non sono tornate. Ne ricordo due che si alzarono la gonna per farsi sculacciare a pelle.

Avevo quindici anni. Forse, e dico forse, se avessi potuto correre dietro a un pallone come gli altri bambini avrei trovato altre vie per divertirmi con il sesso. Oggi ho quarantadue anni, e non ho ancora smesso di ringraziare mio padre.

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