Da cancellare

percorsidifficilivn6Quella volta eravamo io, Rossella e Michele. Forse la quarta volta in cui Rossella mi prometteva che non sarebbe successo nulla, che anche Michele aveva piacere a stare con me, ma che non era tanto sicuro, e voleva passare un po’ di tempo tutti insieme. Come al solito sono andata a casa di Rossella, ho salutato la mamma e sorridendo sono uscita insieme a lei. Dopo un giro al parchetto, siamo di nuovo andati là, al 12, il palazzo dei vecchi, e ancora ci siamo seduti lì a chiacchierare. Poi, appena mi sono voltata per prendere la sigaretta che avevo rubato a papà, eccoli che ricominciano a baciarsi. Ed ecco che di nuovo mi sono salite le lacrime.

Ho fumato la sigaretta, e a metà ho chiesto se la volevano, ma niente, loro continuavano senza nenache rispondermi. Mi sono alzata di scatto, ho tirato i capelli a Rossella e sono scappata via. E li ho sentiti che ridevano.

Diversamente dalle altre volte, mi sono infilata dritto in bagno, sembrava che stessero per scoppiarmi gli occhi per le lacrime, ma io non volevo. Le altre volte, quando per esempio i miei mi strillavano per i compiti o per i voti, quando li ho sentiti litigare perché papà non voleva andare ai colloqui coi professori, ma anche la prima volta che ho detto a Michele che mi piaceva e lui ha fatto un sorriso che non mi è piaciuto, ecco, quelle volte mi infilavo le unghie nel palmo della mano, o mi mordevo la mano, fino a lasciare il segno, e mordendo controllavo allo specchio se le lacrime rientravano.

Quella volta invece mi venne come istintivo aprire il mobiletto del bagno piccolo e prendere le forbicine per le unghie. Prima la punta sul polpastrello, poi ho tirato su le maniche della felpa e ho provato a disegnare una linea. Un brivido di freddo, e poi ho alzato lo sguardo verso lo specchio. Quello che ho visto era una faccia incazzata nera, sembrava mi uscisse il fumo dalle orecchie. E allora la seconda linea, parallela a quella che aveva cominciato a confondersi con il sangue che usciva, l’ho tracciata guardandomi fissa negli occhi. Là c’è stata una scossa elettrica. E mi si sono aperti i polmoni. È stato un microsecondo in cui mi si è svuotata la testa e mi sono sentita leggera.

Con la carta igienica ho fermato il sangue, che non era tantissimo, e tutta la sera mi sono accarezzata i solchi. Da quella volta non ho più smesso, e se all’inizio mi capitava di scappare a casa e chiudermi in bagno per tagliarmi tutte le volte che qualcosa non mi girava bene, poi l’ho trasformato in un appuntamento. Ogni due giorni mi dedicavo alle mie braccia. Avevo imparato a controllare le lacrime. Ero sporca, sbagliata e da cancellare? Ecco, non mi faceva male.

Lo schiaffo di mamma quando mi ha scoperto, forse tre settimane dopo, ha avuto l’effetto di non farmi stare più benissimo. Quel microsecondo in cui mi sentivo leggera era seguito da un cazzotto nello stomaco, con il senso di colpa per quello che stavo facendo, come se i tagli li stessi facendo a lei.

Per questo ho chiuso a chiave il bagno, e nonostante le urla di mamma in sottofondo, ho lasciato che il sangue uscisse più forte, girando il braccio e affondando il taglierino sotto il flusso dell’acqua calda. Poi più niente.

Niente urla, non un rimprovero, mai più visti né Michele né Rossella. Solo un letto bianco e mura che non erano di camera mia, con disegni attaccati al muro e tanta, tantissima gente intorno.

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