Non di solo porno

Vintage-Louisville-PhotographerIl finale prevedeva un salto in piscina, con lui che la prendeva in braccio e insieme si tuffavano ridendo con una musica a metà tra il lounge e l’elettrosoft. Il tutto dopo venticinque minuti di ricerca introspettiva e penetrazione. Un po’ lo avevo intuito dai primi quattro minuti e mezzo, che sono il tempo che il tipo ci ha messo a togliere il costume alla tipa. Cioè, roba che generalmente a quel punto già sta arrivando la seconda attrice a dare il suo contributo all’impegnativa opera di spargimento di fluidi corporei dei due nostri eroi protagonisti. Poi la musica. No, davvero, a tratti improponibile, una tastierina anni novanta di quelle che ti fanno pensare al tramonto. E infatti loro al tramonto si trovavano, a bordo della piscina di una lussuosa villa californiana. Insomma, la location mi sembrava la solita, quella che finisce sempre in ammucchiata. E invece niente. Sesso sì, ma con tanto amore. Tre minuti sono passati solo a spalmare la crema solare. Ok, la spalmava sulle tette, ma non era quel luridume delle tozze dita pelose di un attore porno, prodromo di un morso bavoso, no. Quello le metteva davvero la crema. Il mondo alla rovescia. Già lì sentivo che stavo perdendo, diciamo così, di solidità. Per la prima volta. Per la prima volta dopo quindici anni di entusiasmanti, vigorose e tracotanti pippe.

Sembrano secoli dalla prima volta, quella sorpresa all’improvviso, quello che mi avevano raccontato alcuni tra i banchi della seconda E del Buonarroti, e che con aria di sufficienza corsi a raccontare anch’io. Da solo, senza neanche il Postalmarket, che mia madre manco lo comprava. Poi fu la volta dei giornaletti che facilmente si trovavano abbandonati tra i cantieri delle case in costruzione là vicino. Ho sempre immaginato chi li abbandonava lì come una sorta di benefattore, un supereroe dei nostri tempi, che aveva a cuore l’educazione sessuale dei giovani e riteneva utile istruirli sul mondo che si apprestavano ad affrontare. Lo chiamavamo Capitan Cookie, citando una delle letture che preferivamo. Alle superiori finì quel periodo di ammucchiate, gare e visioni collettive, e cominciò quella che io chiamo “l’età del muto”, che prende il nome dal volume del televisore azzerato per permettermi di cogliere ogni minimo spostamento casalingo anche nelle ore notturne, pronto a switchare dal videoregistratore alla tv in un nanosecondo. E poi vabbè, poi è arrivato internet. La libertà, il sogno, la speranza e il faro per milioni di segaioli come me. Ho visitato tutto il meglio del peggio, tutte le categorie, da “Amateur” a “Zoo”, passando per “Grannies”, “Young”, “Webcam” e “Black on blondes”. Tutte.

Non tutte mi hanno entusiasmato, lo ammetto, ma Di Serra sarebbe fiero di me. Di Serra è quello che mi diede la più grande lezione sulla vita che io abbia mai ricevuto: “Filì, smanetta! Smanetta sempre! Non aver paura, non si rompe. E più lo alleni, più sarai allenato”. E io così ho fatto. Allenamenti continui e costanti, due o tre volte al giorno, tranne la domenica, in tutti i luoghi, dal letto al cesso dell’università, con o senza supporto visivo, con sfide sempre nuove. E ora arriva questo “Desirequalchecosa”, con la sua Annie, e mi stronca così. Perso, morto, steso, inamovibile, comatoso, flaccido. Proprio ora che ero quasi pronto. Anni di allenamento e niente. Dovrò ancora rimandare la mia prima volta.

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