Gli uomini sono tutti uguali

trapMi chiamo Francesca, ho trentadue anni e faccio la barista. Oggi si usa bartender, che è più figo e non è a uso esclusivo degli uomini, tipo i barman. Che poi in realtà le bartender fanno i cocktail, quando io più di un campari col gin o uno spritz non vado. Quindi va bene barista. Che poi è un bel bar, grande, coi gratta e vinci e le sigarette, le slot. C’è sempre un casino di gente. A ventitre anni non credevo che avrei fatto la barista. Mi stavo laureando in sociologia. In realtà volevo iscrivermi a psicologia, ma non ho passato la selezione del numero chiuso, e per non perdere l’anno ho pensato di iscrivermi a sociologia, fare gli esami in comune e poi fare il passaggio l’anno dopo. Appena arrivata a Roma credevo di aver conquistato il mondo. C’è una canzone che dice “solo tu ascoltavi i Sonic Youth in quel paesino del sud”. Quando l’ho sentita la prima volta ho pianto. Ero proprio io, e ho pensato al mio trasferimento a Roma, ai sogni di gloria, all’idea che avrei fatto tutto quello che volevo, finalmente. Non mi ha spaventato l’Università, non gli esami, non le quattro case cambiate in cinque anni. Avevo sempre la sensazione che ce l’avrei fatta. E poi davvero venivo dal paesino del sud, per cui era tutto nuovo, e l’entusiasmo mi stravolgeva. Non mi tiravo indietro. Tutte le prime cose le ho fatte in quegli anni, dal sesso con un ragazzo a quello con una ragazza, dai concerti oceanici ai giochi da tavolo, dalle canne alla cocaina. Ho provato tutto senza strafare. A sociologia ci sono rimasta perché mi è piaciuto l’ambiente, mi piacevano le persone e ho pensato che l’una o l’altra facoltà mi avrebbe comunque portato a diventare una scrittrice. Perché tra le varie cose, ho scoperto che volevo scrivere, mi dava soddisfazione e immaginavo il mio nome sulla copertina.

Credo sia quello che mi ha fregato, il voler scrivere. Quando ho deciso che era quello il sogno alla mia portata, ho drizzato le orecchie per far sì che si realizzasse. Conoscendo persone, frequentando luoghi e seducendo idioti. Tutti erano idioti, e mi credevano una gran troia, pronta a darla via per una promessa. Io lo sapevo quello che facevo, e nel cercare quello giusto, quello che mi avrebbe aiutato a raggiungere il mio scopo, mi passavo in rassegna editori e produttori, professori e ricercatori. Ero io che controllavo loro, e loro credevano di fregarmi. Avevo il radar per i polli, e sapevo come giocarci. Chi se l’immaginava che sarebbe andata così.

Il rumore delle mandate non mi ha spaventato, né tantomeno le luci soffuse. Ho pensato al classico giochetto, che avevo pure già fatto. Perché ogni uomo immagina di essere il più fantastico e originale degli amanti, e invece sono tutti uguali, con la fantasia di un bambino dell’asilo. Le corde, le manette, l’olio, tutte cose già viste. Quando ho sentito che intingeva uno spicchio d’arancia dentro di me come fossi un piattino di panna mi sono quasi divertita, ma per me era ancora tutta una recita. La cera mi ha dato un brivido, ma solo quando ho sentito la fiamma ho urlato. E guardandolo negli occhi ho capito. Ero nella merda. Legata dai polsi, nuda e impietrita. Il tutto credo sia durato tre ore. Mi ha detto che se avessi urlato di nuovo mi avrebbe ucciso. Gli ho creduto per tutto il tempo in cui ha tirato fuori coltelli che mi hanno lasciato segni per qualche giorno, oggetti di ogni dimensione che mi ha infilato ovunque, altre corde e cavi del telefono che ha usato a mo’ di frusta. Neanche per un attimo ho pensato che sarebbe finita lì, neanche quando ha giocato con delle lunghe viti sulla punta del mio clitoride ho pensato che sarei morta lì. Si è masturbato su di me due volte in quelle tre ore, senza penetrazione. Non poteva finire lì, non volevo che finisse lì. Tutto il tempo in tensione, con quella voce che mi diceva “apri”, “ferma”, “sposta” e poche altre parole. Ho sudato ed eseguito ogni comando. E nella testa mi passavano le facce di tutti quelli che avrebbero detto “se l’è cercata, era una lurida”. Non sapevo come dar loro torto.

A un certo punto ha preso i miei vestiti, me li ha messi indosso, mi ha slegato. Ho rimesso su la maglietta, ho preso la mia borsa e sono andata via. Senza urlare. Senza dire una sola parola.

Ho pianto lentamente per tutti i sette giorni a seguire, fino a quando le gambe non hanno smesso di farmi male, e nessuno dei miei amici ha mai saputo nulla.

Oggi ho trentadue anni e faccio la barista. Mi sono laureata, ma c’è la crisi e i sociologi non servono, come gli scrittori. Rido, scherzo coi clienti e vado in giro con le mie amiche. Sono nove anni che non esco con un uomo.

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