La stanza

sbiaditoIl legno della porta è di quelli scuri, credo di quei materiali misti tra truciolato e altri, certamente non legno pieno. Si capisce quando la sbatte il vento che si infervora per qualche motivo nelle giornate di primavera. Dalla finestra passa e la attraversa tutta. Il rumore è netto, come lo scoppio di un palloncino, che ti genera un sussulto pure se sei tu a punzecchiarlo con la sigaretta. La scrivania ha più o meno lo stesso colore, e la stessa indefinita sostanza a ricoprirla. Indefinita per me, s’intende. Gli esperti lo sanno come si chiama. È di poco alla destra della porta. Sembra fatta a posta per stare lì. Sopra non c’è tanta roba, giusto il computer e qualche rimasuglio di giornata, tipo la tazzina del caffè, quella bianca opacizzata dai lavaggi col bordino dorato stinto e un sottile arco di ceramica a fungere da manico. Ne saranno rimaste tre al massimo.

La sedia non si muove. Ha quell’imbottitura in finta pelle che d’estate mi fa morire. Forse è il vero motivo per cui non resto mai in mutande in casa. Quel pasticcio sudato che si crea nella piega del sedere è fastidioso, e secondo me puzza pure un po’. Alle spalle della sedia solo il muro, e un quadro. C’era già quando sono arrivato qua. Niente di trascendentale. C’è un nome poco leggibile alla base destra e ci sono due linee nere che partono parallele e a un certo punto si intersecano, e nell’intersezione c’è un cerchio rosso. Non ho mai capito bene cosa volesse rappresentare, ma mi ha affascinato l’idea che mi ha stimolato, ovvero il fatto che le cose possono sempre cambiare. Che due linee parallele possono a un certo punto, per un qualsiasi motivo cambiare direzione e incrociarsi, generando qualcosa di nuovo, tipo, che ne so, un cerchio rosso. Sì, lo so. È solo poesia la mia, però mi piace. Poi lo osservo dal letto, a un paio di metri da lì, e mi piace. Un letto comodo, piccolo ma comodo. Una piazza, come una cameretta. Non mi serve tanto spazio per dormire. La coperta è vecchia, si vede. Colorata ormai stinta, forse sono state gialle quelle linee che si vedono tra ghirigori blu e rossi. L’ho comprata dieci anni fa. Mi piaceva l’idea di qualcosa di estremamente colorato, come un pugno nell’occhio di chi entrava. Non mi pare abbia funzionato tantissimo. Molto più affascinanti sono i libri, che, subito dopo il comodino che altro non è che uno sgabello riadattato, irradiano la stanza di colori e forme. Sono il punto più disordinato di tutto il mio spazio, eppure mi ci perdo a guardarli. Quello sì che ti attira quando entri, l’occhio va subito lì, e lo segue il corpo, perché una qualsiasi persona con un minimo di cultura si fionda a vedere cosa lo attrae, come un bambino che tira la mano della mamma alle fiere di paese appena vede lo sbrilluccicante colore di chicche, confettini e caramelle varie. È un istinto, nasce nell’intestino, e si muove in quei pochi centimetri quadrati. Le tende sono bianche. Non mi piaceva ma ho pensato che avrei avuto più luce, e in effetti così è stato. Dovrei cucire il risvolto alla base, ma ormai mi ci sono abituato, le tengo così, con la polvere nera che si accumula.
Oggi sono sei mesi. Solo Carlo l’ha capito. Viene due o tre volte alla settimana, con un po’ di spesa, con qualche idea nuova su quello che potrei fare, e mi ascolta cinque minuti su quello che mi fa paura davvero. Ho idea che mi creda. Non l’ho visto mai sorridere a sproposito, e non mi ha mai detto “esci”, non mi ha mai detto “ma che stai a fa’…”, o magari addirittura “lavati”. Da sei mesi non faccio nessuna di queste cose. E lui niente.
Questo l’ho apprezzato. Una volta che ero sul letto e come al solito tremavo e piangevo e l’intestino mi si attorcigliava per il dolore e non riuscivo neanche a respirare e le gambe raccolte mi facevano un male cane, come se avessi fatto palestra il giorno prima dopo vent’anni di inattività, ecco quella volta si è sdraiato accanto a me, e mi ha abbracciato. Non mi ha imbarazzato, anzi, è stato bello. Ho avvertito un senso di alleggerimento, come quella busta di “American beauty”, quella cosa soave. Ho smesso di piangere quella volta, e lui è andato via alle tre di notte. Credo avesse avuto paura che potessi farmi del male davvero.

Ma quella volta era il primo mese che lei mi aveva lasciato. Oggi sono sei mesi. Guardo la stanza. Oggi non piango. Però non esco. Ancora no.

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