La chimica

pistola2Me lo ricordo come se fosse ieri. Una tenerezza infinita e la capacità di trovare parole e luoghi meravigliosi. Sembrava uscito da un romanzo, non tanto per la sua bellezza, ma per quello che lasciava trapelare. Hai presente quando dici che è una questione di chimica? Ecco, un contatto anche casuale del suo braccio col mio ed erano brividi e pelle d’oca. Che se ci penso ci ho provato in tutti i modi a nasconderla questa cosa, ma lui ogni volta rideva, se ne accorgeva mi prendeva in giro. Scherzava con leggerezza. Nel giro dei primi tre mesi avevamo già fatto quattro gite, le sorprese le chiamava lui. Alla terza volta avevo preso l’abitudine di portarmi un cambio in borsa ogni volta che ci incontravamo, e anche questo fu motivo di scherzo, e di sfida per lui.

I weekend fuori si trasformarono in vere e proprie chiuse. Mi veniva da ridere solo a vederlo arrivare, e quando la prima volta si è presentato con due enormi buste della spesa ho capito subito. Era venerdì, e il sole lo avrei visto lunedì mattina. Il tempo di mettere la roba in frigo ed eravamo già nudi, completamente stravolti da noi, una sensazione di fuoco vivo, trascendentale. Quei tre giorni me li ricordo come un sogno, eravamo un tutt’uno, io e lui, e tutto quello che ci stava intorno. Una casa stravolta, di pentole e cibo, e le risate e le briciole ovunque, tra letto e divano e non ho pensato un attimo al vicino simpatico e cortese che avrei incontrato di lì a due giorni, né dell’imbarazzo che avrei provato. Doccia, letto, cucina, divano, pavimento. Le interruzioni servivano a scegliere la musica con cui farlo subito dopo. La meraviglia. Eppure io lo sapevo che non poteva durare. Non lo pensavo per niente, neanche per un attimo, che quella era la vita reale. Per questo ho staccato tutto, incluso i telefoni. Che vacanza sia! Vabbè, le mie amiche lo sapevano, non parlavo d’altro da settimane. Nessuna di loro si è spaventata del fatto che uno sconosciuto fosse entrato così prepotentemente nella mia vita. Mi hanno solo chiesto di non restare incinta. Mi sembrava una richiesta ragionevole…
Un anno e mezzo dopo eravamo ancora così, non c’era proprio nulla da fare. Ero pazza di lui.
La telefonata di Giulia non me l’aspettavo proprio. Giulia, una ragazza mingherlina, dal viso dolce e dalla voce un po’ roca ma delicata. Mi ha chiamato e mi ha detto tutto. Mi ha detto delle nottate, delle corse in moto, mi ha detto della casa al mare, mi ha detto che da un mese erano finalmente andati a convivere. Non ho avuto nemmeno il tempo di non crederci, la chimica vale anche in questo, e volavo mentre la raggiungevo a Labaro, e il raccordo non è mai stato così libero, volavo. E l’idiota ha pure avuto il coraggio di negare, mentre al telefono con la voce da serial killer gli dicevo che stavo prendendo un caffè nella sua nuova casa. In viva voce Giulia gli ha detto che era inutile tornare a casa. E che avrebbe trovato la sua roba davanti al portone. Ecco, quello fu liberatorio. Era solo un primo piano, e quindi la roba non si è sciupata troppo, né si è sparpagliata, ma vedere le camicie, i Dylan Dog e i ninnoli africani sparsi sul marciapiede ci ha fatto esplodere entrambe in una grossa risata isterica. La sera, quando sono rientrata a casa mi sono messaggiata con Giulia per più di un’ora. È stato piacevole. Mi ha raggiunto Maria e le ho raccontato tutto da cima a fondo, e con lei abbiamo fatto le scatole dei regali che avevo ricevuto, con la promessa di celebrare un funerale di quella che a tutti gli effetti potevamo considerare una farsa. Una cosa grossa volevamo fare. Un pezzo alla volta, come ci avevano insegnato i mille telefilm americani. Nel frattempo si erano fatte le sei del mattino di un qualunque martedì del mondo.
Ho pianto dopo due giorni dal mio incontro con Giulia. Una tristezza mai provata, un senso di sporco e irrequietezza, e la convinzione di meritarmi quella sensazione. Lui non l’ho mai più rivisto. Non s’è ripresentato, il cane. Questa sono diventata, una cinica, arida lastra di marmo. Niente pelle d’oca, qualche scopatina e poco altro. Lui non l’ho più rivisto e non mi merito un cane, questo lo so.
Ma allora perché lo amo ancora?

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *