Solo una domanda

Se ci penso alla fine è stato un attimo. Un dettaglio che ai più parrebbe irrilevante. Le ho chiesto “Chi è a quest’ora?”. Niente di più sciocco, solo una domanda. E mi ha risposto facendomi un nome che non corrispondeva a quello che avevo involontariamente letto. Sai, senti il trillo sul telefono e istintivamente guardi chi è. Poi, per gioco o per abitudine fai la domanda. Ma mi ha detto un altro nome. Sempre istintivamente ho accettato la risposta con un’espressione da attore navigato e ho continuato a guardare la tv. Da quel momento in poi sono entrato in un vortice di delirio. Perché mi detto un altro nome? Scherza? Mi mette alla prova? Non mi sono più placato, avevo una sola cosa in testa, come un’ossessione. Hai presente quando dici “non ero in me”? Ecco, lo sintetizza alla perfezione.
Se ci penso non siamo mai stati una coppia di quelle che fa tutto insieme, inscindibili, quell’insopportabile amalgama di pensiero, anzi ne ridevamo quando ci trovavamo di fronte a coppie di quel genere. Immagina la scena: arriva un messaggio sul telefono di lui, che legge il messaggio e con nonchalance lascia scivolare l’apparecchio sotto il naso di lei mentre tutti continuano a parlare. Il teatrino finisce con lo sguardo di rassicurante approvazione di lei, come a dire “ok, amore, bravo”. Situazioni di questo tipo ci hanno sempre fatto sentire migliori, come migliore consideravamo il nostro modo di stare in coppia. Discussioni sì, come è ovvio che sia, ma senza mai scendere nell’idiozia delle coppiette tutti cuori e amori.
E ora sono qua, che a stento parlo, a ripercorrere gli ultimi due mesi. Un’ossessione dicevo. E un universo da scoprire. Matteo P. Chi cazzo è Matteo P.? Chi lo ha mai conosciuto un cazzo di Matteo P.? Mai nominato manco per sbaglio, mai una volta ha detto quel nome, non era un fornitore, non era un cliente abituale, non lo aveva mai fatto quel nome. Dopo una settimana di insonnia le ho preso il telefono mentre era in bagno. Mai fatto prima, mai pensavo che lo avrei fatto, eppure eccomi lì, a scorrere messaggi, con la mano tremante e la certezza che avrei trovato qualcosa. E lei si fidava di me. I messaggi erano tutti lì. Si fidava eccome. Messaggi di tenerezza, di sensazioni, messaggi di porcate, e foto, una quantità infinita di foto di lei, delle tette, del culo, di tutto, lei che ride e si tocca, lei che manda un bacio. Un calore mi ha pervaso, un fischio all’orecchio ha rischiato di farmi svenire. Ho chiuso tutto. Tremavo. Ho iniziato a piangere. Come ora. È uscita dalla doccia con un sorriso devastante, quello che fino a una settimana prima mi avrebbe esaltato, eccitato, lasciato esterrefatto. Tutta nuda, lì, con il sorriso del diavolo. Hai presente quando dici “non ero in me”? Ecco, non volevo vederla, non potevo. La furia mi pervaso, e nel tempo che lei ha impiegato a capire cosa era successo, io avevo già lasciato cadere il telefono, sbalzato il tavolo della cucina e afferrato il coltello dal ceppo accanto al lavello. Ero su di lei, e non era più un corpo nudo quello, era qualcosa che non doveva esistere, che nessuno doveva vedere mai più.
Quando mi sono svegliato ero in ospedale, piantonato, con dolori ovunque, con la testa fasciata. Mi hanno raccontato poi che a parte un piccolo sfregio sulla spalla e un grosso spavento, lei stava bene. E poi c’era il salto, dal secondo piano, dritto sul tetto di una Punto parcheggiata lì sotto. Io non me lo ricordo. Non ero lì quando ho fatto il salto, eppure la mia testa è fasciata e i dolori li sentivo tutti.
E poi il lancinante dolore al petto, come una stretta, che mi è tornato all’improvviso, con la certezza del crollo di tutto l’universo. Di una cosa sono certo. Non volevo. Non volevo vedere quelle foto, leggere quei messaggi, non volevo fare quella domanda del cazzo. Volevo non sapere. Sapere mi ha triturato le ossa e l’anima, frantumato in un milione di pezzi.
Lei sta bene, e continuo a dirmi che sarebbe stato meglio non sapere. Io rivoglio quello avevo, anche se non era reale. Lei sta bene. Anche se non è più con me.

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